LA SOCIETA' ANONIMA

LA SOCIETA' ANONIMA CAVE DI SAN VITTORE

Ad una trentina di chilometri da Torino sorge, quasi a delimitare il confine tra i comuni di Corio e Balangero, il Monte San Vittore.

Spetta al commendatore Callisto Cornut il merito di aver scoperto su quelle pendici una grande ricchezza, fino ad allora nascosta. Infatti, dopo anni di instancabili ricerche, percorsa palmo a palmo tutta la montagna e prelevati numerosissimi campioni di roccia, nel 1907 il Comm. Cornut ebbe la definitiva conferma di avere rinvenuto il più importante giacimento di amianto d’Italia. Egli provvide subito ad assicurarsene la proprietà e, forte del risultato delle perizie geologiche formulate tra il 1904 e il 1907 dagli ingegneri Colli di Torino e Fonville di Parigi, cercò di promuovere la sua scoperta, adoperandosi per sfruttare il giacimento.

Incontrò tuttavia non poche difficoltà, finché la ditta Lavelli di Milano si convinse della bontà dell’affare da lui proposto ed approfondì gli studi sulle possibilità di produzione e commercializzazione dell’Amianto di San Vittore.

La ditta Lavelli conferì a Paolo Vinassa de Regny, professore di geologia della Regia Università di Parma, l’incarico di studiare il giacimento, raccogliendo in una relazione le risultanze dello studio medesimo.

Sulla base di quello studio, alcuni intelligenti e perspicaci imprenditori decisero quindi di dar vita ad una società, il cui scopo fosse lo sfruttamento industriale e commerciale del giacimento.

La relazione del Vinassa de Regny venne stampata e presentata al pubblico al fine di convincere i futuri azionisti della costituenda società circa la validità dell’operazione che stavano per compiere. Nella relazione furono evidenziate l’ottima qualità e la grande quantità di fibre d’amianto, il crisotilo, conglobato nella roccia di serpentino del monte San Vittore, nonché la relativa facilità di estrazione, dovuta alla morfologia del giacimento e la comodità di trasporto del materiale estratto, a motivo della vicinanza al mare e dal confine francese. Inoltre venne resa pubblica la dichiarazione della ditta The Jenkes Machine di Sherbrooke, Quebec, alla quale era stato inviato del materiale da lavorare in prova, dichiarazione secondo la quale il minerale esaminato aveva le stesse caratteristiche industriali e commerciali di quello estratto nel distretto di Broughton, considerato il miglior centro di produzione amiantifera .

Tutti questi elementi, quindi, avrebbero potuto porre il crisotilo di Balangero in favorevole concorrenza con l’amianto russo e quello canadese, prevalentemente usati nell’applicazione industriale di manufatti in fibro-cemento.

Nel 1918, pertanto, si costituì la "Società Anonima Cava San Vittore", col capitale sociale di L. 1.750.000. Essa presentò agli azionisti un bilancio preventivo d’esercizio che prevedeva come voce maggiore di spesa quella relativa all’acquisto del giacimento dal Comm. Cornut (L. 750.000) ; secondariamente vi erano quelle relative alla costruzione dello stabilimento e dei primi nuclei di impiantii e di macchine, ammontanti complessivamente a L. 600.000. Era inoltre previsto un utile patri a L. 1.076.400, ottenibile dagli esiti di lavorazione di fibre di qualità e tipi diversi (eternit, feltro e polvere), produzione calcolate su una lavorazione media di circa 26.000 metri cubi di roccia all’anno.

Il 29 giugno 1918 a Roma, in Piazza di Pietra 26, si riunì il primo consiglio di amministrazione della neonata società, composto dal barone Alessandro Celesia di Vegliasco, presidente ; da Francesco Stame, vicepresidente ; da Gino Lavelli de Capitani, Rodolfo Sernicoli, Onorato Castiglioni, consiglieri ; dall’avvocato Israele Ottolenghi, Sindaco effettivo. Durante tale seduta si compose la struttura di base della nuova azienda. Venne perciò nominato un amministratore delegato, il Consigliere Gino Lavelli de Capitani, e un direttore tecnico per cinque anni, l’ing. Raimondo Vittorio De Maison.

Vennero istituite due "agenzie", una a Milano ed una a Balangero, presso le quali i rappresentanti legali della società erano rispettivamente il Lavelli e il De Maison.

In quella stessa riunione fu anche deliberato l’acquisto dalla "Società Anonima Agricola Industriale Torinese-Cartiera di Mathi" di un terreno con soprastante fabbricato, prossimo alla stazione di Balangero, al fine di agevolare le future operazioni di spedizione ferroviaria del materiale.

La seconda metà del 1918 trascorse nella realizzazione dei lavori di sistemazione del fabbricato e delle strade di accesso alla miniera. Contestualmente, venne inoltrata al Ministero dell’Industria la domanda di riconoscimento a "nuova industria", all’evidente scopo di ottenere delle agevolazioni fiscali.

Nonostante le ripetute assicurazioni fornite al Consiglio di Amministrazione dal direttore tecnico De Maison circa l’imminente ultimazione dei lavori preparatori, anche l’intero 1919 trascorse nelle operazioni di montaggio dei macchinari fatti arrivare dai Canada e nell’installazione dei forni "Grossley", tra ritardi dovuti ai frequenti scioperi di varie categorie (operai, cementisti, ferrovieri) e imprevisti vari. Tutto ciò accompagnato da un notevole aumento dei costi, preventivato dal De Maison in L. 850.000.

Emerse anche la necessità di razionalizzare l’attività sociale, al momento sdoppiata fra Roma e Milano, e di concentrarla nella sede romana ; mentre, per quanto riguardava le finalità commerciali, continuarono i contatti con la Società Eternit, individuata come il maggiore potenziale cliente, per la definizione di un contratto di vendita del crisotilo che sarebbe stato estratto, sulla base dei prezzi canadesi. Ma le lungaggini dell’attivazione della produzione regolare durarono anche tutto l’anno successivo, fino a quando il Consiglio d’Amministrazione cominciò a sospettare che i ritardi non fossero attribuibili ad oggettivi problemi strutturali o tecnici, ma ad una cattiva gestione amministrativa da parte del De Maison. Nell’ottobre del 1920 iniziarono quindi, su incarico del consiglio, dei sopralluoghi allo stabilimento da parte del consigliere Stame, il quale, dopo aver assistito a prove di lavorazione per otto ore consecutive, lamentò, come causa dei ritardi nella produzione e della maggior spesa, la pessima organizzazione amministrativa. Emerse anche la necessità di possedere personale tecnico altamente qualificato, capace di provvedere alle inevitabili modifiche e riparazioni degli impianti e di organizzare la parte amministrativa, contabile e di magazzino in Balangero.

Nella seduta del 5 dicembre 1920 il Consiglio di Amministrazione si dichiarò disponibile ad assumere dei provvedimenti drastici, a fronte di una situazione finanziaria disastrosa (L. 1.300.000 di debiti, L. 600.000 di impegni, L. 120.000 di rimanenza in cassa) e di un perdurante mancato avvio della produzione. Venne pertanto nominato "perito super partes" l’ing. Ferraris, amministratore delegato della soc. Monteponi, mentre il consigliere Stame si recò nuovamente di persona a Balangero. Questi constatò che effettivamente gravi erano le carenze tecniche e amministrative : la situazione in cava era buona, ma il fronte d’attacco pericoloso, perché a picco con conseguente rischio di sganciamento automatico dei blocchi di roccia ; i motori, per alcune macchine erano sottodimensionati, per altre sovradimensionati ; il "giumbo" costruito in America era pessimo e non esistevano pezzi di ricambio ; era stato costruito un reparto, rimasto invece inutilizzato, per la separazione del materiale ; non esistevano protezioni per gli operai dalle parti pericolose delle macchine ; il De Maison aveva sbagliato i conteggi del cemento armato degli edifici ; non si erano adottate le cautele necessarie a ridurre il problema della polvere ; il rapporto tra direttore (De Maison) e operai era pessimo, perché questi lo consideravano un’incapace e un megalomane, arrivando persino ad atti di sabotaggio della lavorazione, gettando via il materiale ricco di fibra e facendo lavorare il peggiore.

Da tale quadro emersero evidenti le gravissime responsabilità attribuibili al De Maison, rivelatosi assolutamente incapace a svolgere il proprio mandato e per questo immediatamente sostituito dall’ing. Eva, col supporto del prof. Vinassa. Sotto la direzione di Eva, nel 1921, cominciò la produzione effettiva. L’azione venne concentrata sulla sperimentazione di lavorazioni di prodotti diversi, per accontentare le richieste del maggior numero possibile di clienti. Si cominciarono infatti a condurre prove per l’utilizzo della polvere nella fabbricazione di lastre, dell’"asbestic" nella produzione di mattonelle, della ghiaia per il calcestruzzo e del feltro per i cartoni. Vennero acquisiti clienti sia italiani (Martiny, Eternit, ecc.) sia esteri. In particolare, l’azienda entrò in trattative, considerate molto interessanti, con l’Eternit svizzera e la Tuner - Brothers inglese, per formare una società mista, nella quale la Società Cave San Vittore avrebbe mantenuto il 50% delle quote e la metà della proprietà degli impianti e della miniera, mentre le spese fino ad allora sostenute sarebbero state convertite in obbligazioni, da cedere ai vecchi soci. Anche un gruppo belga si dimostrò interessato ad una partecipazione societaria, ma dopo alcuni mesi tutte le trattative non approdarono ad alcunché. Anzi, si entro in una preoccupante fase di crisi delle vendite, giustificata dal Consiglio di Amministrazione, oltre che con la generalizzata crisi industriale, col fatto che "...il prodotto è diverso da quello del Canada perché, contenendo molto ossido di ferro si presenta anziché bianco, un po’ giallognolo, e questo suscita diffidenza pur essendo più valido di quello canadese". Il disavanzo passivo di L. 772.000 nel bilancio del 1921 aprì la discussione sull’efficienza degli impianti.

Il sistema di coltivazione usato allora era chiamato "glory hole". Esso prevedeva la creazione di enormi scavi ad imbuto, attraverso i quali i blocchi di roccia, staccati mediante cariche d’esplosivo, cadendo, cominciavano a frantumarsi, per poi essere raccolti, al termine dell’imbuto, su dei vagoncini che percorrevano una galleria, attraverso la quale il materiale giungeva infine all’aria aperta, pronto a subire i successivi trattamenti di frantumazione, essiccazione, separazione, insaccatura. Si pensò che la miniera fosse stata attaccata nel punto meno ricco e che occorresse svolgere delle ricerche nella galleria scavata a suo tempo dal comm. Cornut, nonché trovare un sistema di lavorazione che non spezzettasse la fibra e la disperdesse tra il ghiaietto. A tal fine procedettero i sondaggi in galleria dove, dopo alcuni metri di roccia sterile, fu rinvenuto del materiale ottimo. Inoltre l’ing. Eva propose l’installazione di un piano inclinato per trasferire i blocchi di roccia dalla miniera al "concasseur".

Dal 1923 al 1926 vennero apportate altre innovazioni agli impianti. In particolare, nel luglio del 1923, venne ordinato il macchinario per la grossa frantumazione all’Ateliers de Construction de la Sarre et de Lillers, la più importante officina del genere, per un costo di 188.700 franchi.

Invece, al fine di eliminare la terra mista al materiale e lavorarlo da asciutto, vennero costruiti dei sili, ove accumulare il materiale uscito dalla cava.

Nel 1926 venne installato un nuovo impianto, fornito dalla ditta Kennedy di New York, consistente in un primo frantoio per ridurre la pietra ad uno spessore tale da passare in un anello da 10 cm, in un secondo frantoio con un anello di 5 cm, in un sistema di forni atti a ridurre l’umidità fino all’un per cento, infine nel sistema "Tubemill", all’interno del quale delle sfere di "ercolite" riducevano il materiale ad uno spessore di sei mm di diametro, mentre all’entrata di tali tubi una corrente d’aria aspirava la fibra che si liberava durante lo spezzettamento della roccia. Con l’installazione di questo impianto venne garantita una lavorazione effettiva di 24 ore al giorno.

Anche la cava venne sistemata, con l’apertura delle gallerie Celesia e Onorato e di quattro fornelli di cava, per un costo di L.1.500.000.

Naturalmente, tutte queste innovazioni comportarono delle forti spese per far fronte alle quali la Società ricorse a ripetuti aumenti di capitale, che raggiunsero, nel 1927, L . 14.000.000.

Dal 1927 si registrò nuovamente una contrazione delle vendite, che la Società cercò di contrastare migliorando la qualità del prodotto.

Il sistema di lavorazione in uso infatti presentava l’inconveniente di ridurre in polvere la fibra, mentre un nuovo sistema di lavorazione, attivato a pieno ritmo nel 1930, consentì l’arrivo dei blocchi di roccia direttamente ai forni, in modo tale che la fibra venisse aspirata senza essere stata preventivamente polverizzata.

Si raggiunse in questo modo una resa quantitativa globale superiore del 15%, così ripartita : 50% di tipo E.S. (la fibra migliore), 40% di tipo Standard, 10% di tipo XYZ (poco pregiato).

Tuttavia, gli sforzi fatti dalla Società non furono sufficienti a superare la crisi delle vendite, dovute essenzialmente alle grandi giacenze di prodotto che i compratori, anche all’estero, avevano accumulato. Nel 1930 si dovette quindi sospendere temporaneamente la produzione essendosi depositato in stabilimento oltre 400 tonnellate di fibra, e licenziare 50 operai.

I due anni successivi continuarono a trascorrere tra grandi difficoltà nel collocare il prodotto e frequenti richieste di prestito alle banche, mentre la sede sociale venne trasferita a Milano, allo scopo di seguire meglio i clienti.

La situazione di forte crisi spinse il Consiglio di Amministrazione a lanciare un messaggio rassicurante, col rapporto rilasciato durante la seduta del 19/11/1934, che qui si trascrive integralmente : "Dall’ultima seduta del consiglio in data 12 dicembre 1931 lo sviluppo della vendita della nostra fibra e della nostra fibretta è andato crescendo malgrado il perdurare anzi l’accentuarsi dello stato di depressione generale delle industrie sia nel nostro paese che all’estero. La buona qualità del nostro prodotto è stata riconosciuta da tutti i clienti. Noi siamo partiti in lotta decisa colla produzione canadese, che è quella che può essere paragonata alla nostra, sia per origine geologica che per requisiti fisici di prodotto.

Possiamo annunciarvi che in Italia la nostra penetrazione guadagna terreno mese per mese, essa è ancora ostacolata presso alcuni clienti da stocks di vecchio materiale estero. Sappiamo però che questi stanno esaurendosi ; si potrà dire allora che nel nostro Paese - sempre in rapporto ai limitati consumi del momento - la fibra nazionale avrà quasi interamente sostituito la qualità canadese.

E’ del 10 novembre una lettera della Eternit di Genova, dov’è detto : "Le vostre proposte hanno avuto tutta la nostra attenzione e nel mentre non abbiamo difficoltà ad accettare il termine di pagamento delle vostre fatture, ci è impossibile prendere per ora un impegno per quanto riguarda il ritiro mensile del quantitativo minimo da voi propostoci, pur assicurandovi che approssimandosi l’esaurimento del nostro stock in altre fibre, quanto prima potremo aumentare i ritiri dell’amianto di vostra produzione".

Ma i nostri sforzi non si sono limitati all’Italia. Essi si sono intensificati anche verso l’estero, ed abbiamo il piacere di comunicarvi che, oltre le prime spedizioni effettuate in Spagna ed Inghilterra, abbiamo iniziato, nel mese di agosto p.p. il lavoro di esportazione con l’America del nord. Sono ben 635 tonn. Di produzione delle Cave di San Vittore, nelle varie qualità che più sotto vi illustriamo, che sono salpate dal 10 di agosto al 5 di novembre, in quattro spedizioni effettuate nella prima decade di ogni mese. Attendiamo da un momento all’altro la determinazione del carico per la partenza del 10 di dicembre p.v.. L’amianto della San Vittore batte così la concorrenza canadese alle porte di casa sua ! Serie trattative sono avviate con la Germania e riteniamo che esse potranno essere risolte entro l’anno corrente : così pure abbiamo iniziato dei rapporti con l’Estremo Oriente dove speriamo di poter tra breve introdurre la nostra fibra. Il Belgio, la Francia e la Svizzera sono tuttora saturati dal grande contratto "Sajac" che avrebbe dovuto esaurirsi entro il 1932, ma che è stato postergato per varie migliaia di tonnellate dato che i contraenti si sono trovasti nell’assoluta impossibilità di ritirare, a causa degli ingenti stocks tuttora accumulati nei loro stabilimenti...".

Un cenno di ripresa si ebbe alla fine del 1933, quando la Società stipulò impegni per la vendita di 1620 tonnellate di fibra, così ripartita :

FIBRA "A" : Eternit Casale 600 tonnellate

Cementi Isonzo 300 tonnellate

Dalmine 150 tonnellate

Cementifera Italiana 120 tonnellate

FIBRA "B" : Italo Russa 150 tonnellate

Capamianto 150 tonnellate

Stab. Amianto e gomma elastica

(già Bender e Martiny) 150 tonnellate

Tuttavia ciò non impedì che l’anno seguente, al fine di evitare l’aggravarsi de carico di interessi e debiti, fossero presi i primi contatti con l’I.R.I., per addivenire ad una sistemazione finanziaria della Società.

Lo spettro dello scioglimento della società era infatti ben presente all’interno del Consiglio di Amministrazione, il quale si rivolse agli azionisti con una proposta molto equilibrata, dal seguente tenore : "...Ora, e cioè negli ultimi mesi del 1934 e nei primi mesi del 1935, la situazione industriale è migliorata poiché sebbene i prezzi di vendita siano rimasti immutati, il collocamento del prodotto n.1, di cui vi abbiamo parlato sopra, è notevolmente aumentato, si che anche con la produzione del terzo forno non si riesce ad esaurire tutte le richieste. Vi si riuscirà forse, con il quarto forno in corso di impianto e sarà già un risultato che metterà l’azienda in condizioni di reddito, presupposta però una profonda falcidia ai crediti delle banche. Ora su questa falcidia, per i preliminari accordi di massima presi, noi riteniamo di poter contare, poiché le suddette banche sono animate dal desiderio di impedire la distruzione di un’azienda che ha dato finora continue delusioni agli azionisti ed ai creditori, ma rappresenta, e può forse in avvenire ancora di più rappresentare, un utile elemento nell’economia del nostro Paese".

Il periodo successivo fu contrassegnato da una costante passività finanziaria, accentuata da pesanti aumenti nei costi dei materiali di consumo provenienti dall’estero (carbone, sacchi di juta, lamiere speciali, pezzi di ricambio, ecc.) oltre che dagli aumenti dei salari e degli stipendi.

La politica autarchica perseguita sul finire degli anni ’30 favorì la Soc. Cave San Vittore, poiché essa risultava competitiva rispetto ai produttori d’amianto esteri, dai prezzi molto più alti. Il Ministero delle Corporazioni, tramite una propria "Commissione per lo studio dell’autarchia" chiese nel 1938 alla Società di fornire uno studio sull’autarchia nel campo dell’amianto, da cui derivò successivamente la partecipazione della Società alla "Mostra del minerale" di Roma e alla "Mostra dell’autarchia" di Torino, tenutesi antrambe nel 1940.

Un rinnovato interesse a studiare più approfonditamente le potenzialità del giacimento, spinse la Società ad assumere nel proprio organico un dottore in chimica il quale, oltre ad essere utilizzato per i controlli di alcune fasi della produzione avrebbe condotto ricerche sugli amianti dei vari giacimenti e curato il laboratorio di ricerche, messo a disposizione dei clienti, sulle applicazioni industriali delle fibre prodotte a Balangero.

Connessa al programma autarchico fu la costituzione, nel 1938, di due società : la "Società miniere d’amianto" e la "Società amianti d’Italia". Della prima, sorta allo scopo di sviluppare e potenziare le miniere d’amianto a fibra lunga in Italia, la Società Cave San Vittore acquisì la partecipazione totale al capitale, allo scopo di iniziare studi geologici e minerari in Val d’Aosta e Val Malenco.

La Società Amianti d’Italia sorse invece allo scopo di acquistare amianti italiani e trasformarli in fiocco filabile, secondo un nuovo procedimento tedesco. Nel 1939 la Soc. Cave San Vittore ebbe l’incarico, da parte del Sottosegretariato per gli affari albanesi, di effettuare ricerche in Albania, concessione che durò vari anni.

Per conto proprio, invece, la Società continuò a fare ricerche per l’estrazione di nichel in Balangero. Ciò favorì, nel novembre del 1942, la costituzione di un’altra società, la "S.A.N.I."(Società Anonima Nichelio Italiana) la quale, con l’appoggio del gruppo Caproni e della FIAT, allestì nello stabilimento di Balangero un proprio impianto per l’estrazione del nichel. Tale attività ebbe tuttavia breve durata, poiché già nel 1948 la Società venne messa in liquidazione.

Durante il periodo bellico le difficoltà si moltiplicarono per effetto delle vicende politiche e militari.

L’azienda venne posta sotto il controllo dell’"Incaricato per l’amianto", il quale impartiva precise disposizioni sulla produzione, vendita ed esportazione in Germania dell’amianto. Inoltre la situazione finanziaria si aggravò improvvisamente per la mancata corresponsione dell’agevolazione statale di L. 150 per tonnellata, vera valvola d’ossigeno per la formazione dei prezzi, i quali aumentarono, nel corso del 1945, del 400 percento.

Il bilancio del 1945 chiuse con un passivo di L. 1.898.007, dal quale la Società Cave San Vittore non si riprese più.

Daniela Caffaratto : "L'amiantifera di Balangero"
da "Miscellanea di studi storici sulle Valli di Lanzo"
Società Storica delle Valli di Lanzo, 1996

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