TRA '500 E '600

Dopo il contributo offerto dal settore minerario al completamento del popolamento valligiano nel tardo Medio Evo, anche attraverso interessanti casi di immigrazione di manodopera specializzata (si vedano, oltre ai contributi degli autori ottocenteschi, i più recenti lavori di S. Solero e di R. Cerri), a partire dal ‘500 la situazione locale appare ormai pressoché stabilizzata e definita nell’assetto territoriale ed insediativo.

Per ottenere un quadro della presenza del settore minerario nell’ambito valligiano ci vengono in aiuto documenti cinquecenteschi che forniscono un significativo elenco delle "miniere, fornelli e fucine" delle Valli di Lanzo verso la metà del XVI secolo.

Si inizia con le miniere della "Montagna del Tourione fini di Groscavallo"(vallone del Trione, Val Grande), probabilmente i più importanti dove si annoveravano sei cave : La Chenail, La Vaiche, L’Essiala, La Vota, Le Perlo, Le Creux Neuf. Questo giacimento era già però in corso di impoverimento. A mezzo miglio da Tourione c’era la cava del Truchet. Vengono poi citati i siti Le Crosier e, a un miglio da questo, Le Corne de Modeo ; in entrambi si nota che vi possono lavorare tutto l’anno diversi operai. C’è quindi Montjoye "cava nuova in sito molto salvatico". Viene citata anche l’importante miniera di Rambaise con il soprastante Creux Faux, a valle del Colle della Piccola (sempre in Val Grande), dove "possono travagliar diversi in ferro, ed in argento".

Segue un elenco di miniere non chiaramente localizzabili (forse in Val d’Ala ?) : L’Allembourg, Le Creux d’Alla, Le Creux de Lipian ("a quattro bocche dove possono travagliar dieci operai tutto l’anno" ; che sia l’alpe Le Piane alle falde dell’Uja di Mondrone ?), La Frangetta, il Creux di Salines ed infine, in Val di Viù, Macod, "in può travagliarsi tutto l’anno".

Tutte queste miniere davano da quattro a undici once di minerale utile per quintale di minerale estratto. Segue una serie di proposte per migliorare l’attività dell’"argentera" : diritto di prelazione di quest’ultima nell’acquisto di legname e di carbone, nell’impiego di mulattieri, nell’uso di energia idraulica, miglioramento delle strade carrabili verso l’argentera a cura dei comuni di Lanzo, Balangero, Mathi e Nole, ampie franchigie per gli imprenditori, obbligo di obbedire al direttore dell’argentera, messa a disposizione da parte del comune di Lanzo di un sito per la fabbrica dell’argentera.

Si prosegue con un successivo elenco datato 10/6/1955. Viene citata ancora Rambaisia "in cui la Comunità era solita di escavare, e vendere Minerale di ferro crudo dal quale può prepararsi l’acciajo", e un’altra miniera del Pecolato (Colle della Piccola), abbandonata da 35 anni. Sono ricordate sempre a Groscavallo le miniere delle Crosere, del Torrione, di Chianal, del Pailo (Vallone del Trione), e dalle quali si estraevano minerali di ferro e di argento di buona qualità ; c’era inoltre la miniera dalle Scala, abbandonata da 20 anni.

Vengono nominate anche diverse fucine in cui si lavorava il ferro : erano a Lanzo, Germagnano, Pessinetto, Ceres (4), Almesio, Cantoira (2), Chialamberto, Pertusio, Bracchiello. A Lanzo e Germagnano sono infine citate "diverse fucine con fornaci nelle quali si fondevano li minerali d’argento e ferro crudo dal quale poi se ne preparava l’acciajo".

I documenti succitati ci forniscono dunque alcune indicazioni interessanti : l’attività mineraria, sia di estrazione che di successiva lavorazione, era piuttosto diffusa in tutte e tre le Valli ; nelle fucine si lavorava il minerale (ferro e argento) estratto localmente ; vi erano numerosi addetti (almeno alcune decine nel solo settore estrattivo, si può supporre, più i lavoratori delle numerose fucine ; non è possibile essere più precisi), e si lavorava tutto l’anno in diverse miniere, presumibilmente quelle più a bassa quota e vicine al fondovalle (non se ne fa cenno ad esempio per quelle del vallone del Trione, esposte a Nord e ad oltre 1600 m . di quota né per Rambaise, a circa 2300 m. di altezza, benché sul versante esposto a Sud).

Per avere dati più precisi circa la produzione può essere utile ricorrere alla Relazione del Cav. Giusti delle miniere da lui riconosciute, anch’essa della seconda metà del ‘500 : insieme all’attività della Val d’Aosta e di Brosso si cita "quella della Val di Lanzo dove si fondevano le sabbie di ferro, abbenchè con grave dispendio nÉ carboni che costavano lire 3 la soma, che anche dalla molteplicità delle fucine si ricavavano 40000 rubbi annui" ; sono circa 370 tonnellate l’anno (1 rubbo = 9,22 kg).

Il quadro che otteniamo è comunque sicuramente parziale e incompleto : per definire meglio la situazione si dovrebbero analizzare capillarmente gli ultimi anni dei conti della Castellania di Lanzo (ricordiamo che verso la fine del ‘400 si ebbero buone produzioni sia d’argento - 330 marchi nel 1481 - sia di rame, e vennero fatte ricerche di nuovi giacimenti), e scartabellare tra i catasti delle diverse comunità per individuare le fucine e le fonderie presenti. Del resto la relazione cinquecentesca presa in considerazione non tratta ad esempio di Traves e di Mezzenile, e pare davvero strano che in questi paesi, dove già nel XIII secolo si hanno notizie di attività minerarie, proseguite fin quasi ai nostri giorni, non vi fossero fucine. Stesso discorso per la Val di Viù, in cui viene nominata una sola miniera : ma un Registro della Communità del Forno di Lemie del secolo successivo cita solo nel piccolo centro diverse fucine e almeno un fornello, e denota l’origine mineraria della località, da cui proveniva quel Tommaso Goffi che nel 1491 ottenne l a concessione delle miniere delle Valli. L’incompletezza dei dati non impedisce comunque di riconoscere al settore minerario valligiano nel XVI secolo un significativo rilievo, benché ancora non quantificabile con precisione nelle sue dimensioni economiche ed occupazionali.

Nel ‘600 non abbiamo elementi per individuare importanti cambiamenti : si sa che in Val Grande la produzione delle miniere locali (Rambaisa, fino al 1664, e Trione) veniva impiegata per fabbricare palle di cannoni a Chilambero e Groscavallo. Una nuova specializzazione legata al settore minerario per gli abitanti locali, che con quelli di Ala già nel ‘300 si erano distinti al seguito dei Duchi di Savoia come scavatori di trincee e cunicoli nelle battaglie e negli assedi.

Importante il fatto che le miniere, in passato concesse dal Duca di Savoia a privati o a società di imprenditori, ora spesso venivano gestiti direttamente dalle comunità, che le affidavano a lavoratori specializzati con cui venivano concordate lunghezza e dimensioni delle gallerie da scavare ed il relativo compenso. Ad esempio a Groscavallo nella miniera di Rambaisa l’altezza doveva essere di m 1,37 e la larghezza di 1,03 ; in circa 10 anni si scavarono circa cento metri di galleria.

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